Marco Clementi «Camicie nere sull’Acropoli- L'occupazione italiana in Grecia (1941-1943)»




28 ottobre 1940, Mussolini lancia l’attacco alla Grecia: è l’inizio di una pagina di storia che ha ispirato film e romanzi come Mediterraneo e Il mandolino del capitan Corelli. Una ricostruzione complessa della campagna italiana raccontata attraverso i documenti greci degli archivi di Atene, Rodi e Sira. Perché un paese piccolo e sostanzialmente innocuo come la Grecia fu brutalmente attaccato dagli italiani? Mussolini la considerava un osso spolpato, eppure la campagna italiana si rivelò più complicata del previsto.
Marco Clementi, grande conoscitore dei Balcani, ricostruisce tutte le fasi della guerra, dell’invasione e infine dell’occupazione della penisola ellenica. Basato su un vasto apparato di fonti inedite, questo libro offre una sintesi ampia e ben articolata di un capitolo fondamentale della politica espansionistica di Mussolini. Clementi sfata molti luoghi comuni come il mito di «italiani brava gente», ma allo stesso tempo ridimensiona, grazie ai documenti trovati negli archivi greci, la polemica sulla rimozione dei crimini di guerra. Dalle storie dei soldati alle strategie militari e al sacrificio della Divisione Julia, senza dimenticare gli episodi più drammatici come la strage di Domenikon e l’eccidio di Cefalonia, Clementi descrive magistralmente gli anni dell’occupazione, la solidarietà con la popolazione per combattere la fame, e le spaccature dopo l’8 settembre fra chi scelse di allearsi con la resistenza greca, chi con i tedeschi e chi cercò di tornare in patria.
Il risultato è un libro che offre spunti di riflessione su come la nostra memoria nazionale ha rielaborato questa drammatica vicenda ancora vicina.

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Un Assaggio
«Per giorni e settimane – ricorda una fonte fascista citata da Giusti e Aga Rossi – noi vedemmo passare per Atene colonne di soldati italiani provenienti dalle varie zone della Grecia, laceri, in disordine, senza disciplina neppure esteriore, trattati con brutalità e disprezzo dai soldati tedeschi che li accompagnavano. Molti di essi furono derubati di indumenti, scarpe, oggetti personali». L’ambasciatore italiano ad Ankara scrisse che «gli italiani che non hanno aderito alle richieste ed imposizioni dei germanici sono stati molto maltrattati. Abbiamo assistito alla sfilata per le vie di Atene di numerosi militari italiani ai quali in segno di disprezzo erano state tolte le scarpe e notevolmente accorciati i pantaloni. Molti erano quasi nudi perché per poter mangiare furono obbligati a vendere quei pochi oggetti di vestiario che avevano potuto salvare». Allo stesso tempo risultava «commovente e sorprendente l’assistenza che numerosi sudditi greci prestano ad ufficiali e militari di truppa italiana che – fedeli a S.M. il re – sono riusciti a sfuggire alla prigionia». La circostanza è confermata da documenti greci: «I dominatori di ieri, i despoti e tiranni del popolo greco si riversano oggi per le strade di Atene come squallidi esempi di ex uomini. Gli italiani sono divisi oggi in diverse categorie: quelli che si nascondono e quelli che invece si fanno vedere. Sono quelli che collaborano con i tedeschi, i fascisti, che hanno mantenuto ancora le armi. Il loro aspetto è buono. Poi c’è chi lavora per i tedeschi e porta una fascia gialla con scritto Esercito tedesco. Anche l’aspetto di questi è buono. L’ultima categoria è quella dei prigionieri, che stanno messi così male, che è difficile descriverne l’aspetto. Li vedi per strada sotto scorta di quattro soldati tedeschi, il volto triste, alcuni con la barba di giorni, altri all’ultimo stadio di tubercolosi […]. «Poveri i gloriosi» [in italiano nel testo] pensano i greci che li vedono. In un altro documento leggiamo: «Passa il tempo e gli ateniesi seguono con dispiacere il “glorioso esercito” che si è riversato cencioso sulle strade di Atene. Questo esercito, che comprende cantanti e amatori, è abbandonato a se stesso, dopo essersi coperto di crimini». Nonostante le torture inflitte nei mesi precedenti, descritte ampiamente in questo pezzo che accusa soprattutto i carabinieri, «gli ateniesi hanno pena per gli italiani e li nascondono nelle loro case, o li vedono girare per la città con donne provenienti da bassi strati sociali». Alcuni soldati rimasti liberi si diedero al commercio. Vendevano il proprio equipaggiamento per le strade: i tedeschi lasciavano fare e il mercato nero si riempì di pistole, bombe a mano, coltelli, carabine, elmetti provenienti dal Regio esercito, trasportati per le strade di Atene con ogni mezzo, carrozzine per neonati su tutti. Il 30 dicembre 1943 il governo greco emanò una direttiva che vietava ai cittadini del paese di ospitare gli ex soldati italiani, nasconderli dai tedeschi e aiutarli a fuggire, pena l’arresto e la detenzione. Quello stesso mese l’Ambasciata italiana di Madrid informò Brindisi che in un rapporto del rappresentante svizzero ad Atene si rilevava la gravità della situazione nella capitale. C’era penuria di carbone e l’elettricità era erogata solo per qualche ora al giorno. Sembrava anche che nelle fabbriche regnasse una sorta di socialismo, nel senso che gli operai avessero imposto il proprio controllo e che i tedeschi lasciassero fare «nella speranza che gli stessi greci si [sarebbero disgustati] di tali “esperimenti” diventando così i più sicuri e fieri avversari dei soviet». I prezzi continuavano a essere fuori controllo (si parla di «cifre iperboliche»), mentre la guerriglia era in progressivo aumento, tanto che «i soldati tedeschi non si arrischierebbero ad uscire fuori delle città se non in reparti numerosi e ben armati». La popolazione nel suo complesso era convinta che a breve la guerra sarebbe finita e cercava «di evitare inutili frizioni con le truppe di occupazione, di cui essa considera prossima la partenza».
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Autore, Marco Clementi
Marco Clementi (Roma 1965) è ricercatore di Storia Moderna presso l’Università della Calabria. Tra i suoi libri ricordiamo La pazzia di Aldo Moro (Rizzoli 2006, ora in BUR), Storia delle Brigate rosse (Odradek 2007), Storia del dissenso sovietico (Odradek 2007), L’alleato Stalin (Rizzoli 2011). Ha scritto per «Il Corriere della Sera», «il manifesto», «Gli Altri», «Liberazione», «il Mulino rivista on-line».